9 ottobre 1963 – 9 ottobre 2013. A 50 anni dal disastro del Vajont

Avevo spento da poco la luce quando avvertii la terra tremare; mi portai dietro le imposte e sentii un forte vento e vidi le luci e le strade emanare un intenso bagliore e poi spegnersi. Mi precipitai verso il letto e afferrai i due bambini che dormivano,(…….)li avvinsi a me. Sentii l’acqua irrompere, sballottarmi e mi trovai sola al campo sportivo su un pino ove l’acqua mi aveva scagliato. Il piccolo è stato ritrovato nei pressi della Rossa di Belluno, mentre la bambina nei pressi di casa mia. I miei genitori abitavano con me e sono stati trovati: mia madre al campo sportivo e mio padre a Trichiana“.

Questa è la testimonianza di una madre.

Il disastro del Vajont è una delle tragiche pagine della nostra storia. Il Vajont è torrente e lago di sbarramento artificiale nell’alto bacino del fiume Piave, nella zona di confine tra le province di Pordenone e di Belluno. Il corso d’acqua, lungo 14 km, nasce dal Col Nudo, incide una profonda valle (gola del Vajont) e confluisce da sinistra nel Piave a Longarone; la diga fu costruita tra il 1957 e il 1959. La diga PIù ALTA DEL MONDO del tipo a doppio arco.

Leggiamo cosa successe:

“La frana che si staccò alle ore 22.39 del 9 ottobre 1963 dalle pendici settentrionali del monte Toc, aveva dimensioni GIGANTESCHE. Una massa compatta di oltre 220 (alcuni dicono 260) MILIONI DI METRI CUBI di rocce e detriti furono trasportati a valle in un attimo, accompagnati da un ENORME BOATO. Tutta la costa del Toc affondò nel bacino sottostante, provocando una gran scossa di terremoto. Il lago sembrò sparire, e al suo posto comparve una enorme nuvola bianca, una massa d’acqua dinamica alta 250 metri, contenente massi dal peso di diverse tonnellate. Gli elettrodotti illuminarono a giorno la valle lasciando subito dopo i paesi vicini nell’oscurità più grande”.

La forza d’urto della massa franata creò un’ondata che si divise in tre direzioni.

La prima va verso Casso.

La seconda va verso Erto senza risparmiare tutte le frazioni circostanti.

La terza vola oltre la diga dritta dritta verso Longarone.

Quasi duemila le vittime.

Sono passati cinquant’anni e ancora pare impossibile come sia potuto accadere un simile disastro. Disastro dell’uomo e sconfitta. La natura ancora una volta, si ribella ad esso e le si scaglia contro con tutta la sua violenza.

La Longarone di allora non esiste più. Sopra ne è stata costruita un’altra e, per la maggior parte, i longaronesi di oggi non sono quelli di ieri. Noi superstiti siamo sempre più vecchi e sempre di meno”, spiega Gianni Olivier, maestro elementare che perse circa 25 parenti in quella notte.

L’Italia ricorda diverse stragi ogni anno, commemora defunti e proclama lutti nazionali, ma non ricorda la strage del Vajont. Non ricorda quelle duemila anime che, mentre andavano a dormire, passeggiavano, leggevano un libro, si sono trovate davanti alla morte.

Questo successe, ma torniamo indietro al periodo delle proteste per la costruzione della diga.

Il 15 giugno 1957 il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici dette parere favorevole all’innalzamento della diga con la prescrizione di completare le indagini geologiche “nei riguardi della sicurezza degli abitanti e delle opere pubbliche, che verranno a trovarsi in prossimità del massimo invaso”.

Vi furono numerose manifestazioni a carattere popolare. La SADE (Società Adriatica di Elettricità) procedeva spesso agli espropri senza avvertire i legittimi proprietari, che si vedevano il proprio terreno invaso da tecnici e periti senza regolare autorizzazione. Una famiglia, fatta sloggiare con la forza dalla sua casa natale, dovette trovare ricovero presso una vicina stalla, perché si dovevano far brillare le mine per consentire il passaggio della strada.

Il malumore fu costante fino agli ultimi tragici giorni che precedettero la tragedia, e la protesta, che in un primo momento dipendeva da motivi legati ai beni immobili e al lavoro, si spostò sulle possibilità di rischio dell’incolumità personale. La frana di Pontesei del 22 marzo 1959 e la frana del 4 novembre 1960 avvenuta proprio sul bacino del Vajont erano stati gli avvertimenti che avevano scosso le popolazioni rivierasche. È proprio dopo la frana di Pontesei che i tecnici della SADE cambiarono atteggiamento e iniziarono quasi ad impaurirsi. Decisero allora di compiere studi più approfonditi. Fu avviata un’indagine geosismica e i risultati rivelarono una sorprendente solidità della parte sinistra della vallata.

Nel mese di marzo del 1960, quando l’invaso del Vajont si trovava all’incirca a quota 590 m s.l.m si verificò il crollo di una piccola porzione della “Parete Nord del Toc”. Vennero installati i primi capisaldi destinati a identificare eventuali movimenti franosi del Toc attraverso misure topografiche. Gli studi provarono come l’allarme crebbe notevolmente di giorno in giorno. Si passò allora a un’opera di svaso della diga che permise un rallentamento dei movimenti.

Dal 1961 al 1963 furono praticati numerosi invasi e svasi per limitare il più possibile le possibilità di smottamento del terreno circostante la diga: il 4 settembre 1963 si arrivò a quota 710 m. Gli abitanti della zona denunciarono movimenti del terreno e scosse, inoltre venivano chiaramente uditi boati provenienti dalla montagna.

È stato stimato che l’onda d’urto dovuta allo spostamento d’aria fosse di intensità uguale, se non addirittura superiore, a quella generata dalla BOMBA ATOMICA sganciata su Hiroshima.

Le sentenze definitive della magistratura decretarono l’effettiva prevedibilità dell’evento condannando gli ingegneri Biadene e Sensidoni per inondazione aggravata dalla prevedibilità dello stesso.

Le cause sono molteplici, e tanti i fatti che si susseguirono in quegli anni. Queste poche righe sono di commemorazione per tutte le vittime e per i giovanissimi che ancora non conoscono la storia del disastro del Vajont.

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Fonti: focus.it – Vajont.net

 

 

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