Succedeva venti anni fa. Misteri italiani.

Torno ancora una volta negli anni ’90. Anni di sangue e guerre. Guerre nella ex Jugoslavia, guerre nella Somalia. Nel 1994 Nelson Mandela diventava presidente del Sudafrica, in Italia scoppiava tangentopoli e Berlusconi, con un videomessaggio presentava la sua candidatura alle elezioni, che vinse. Il PSI si scioglie e scoppia il fenomeno Lega di Umberto Bossi. La Polonia chiede di entrare nell’Unione Europea, e, sempre nello stesso anno, il Parlamento europeo ribadisce il diritto alla segretezza delle fonti di informazione dei giornalisti.

E ci sono due persone, che nel ‘94 moriranno. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, inviati a Mogadiscio per il Tg3, per seguire la guerra civile somala e per indagare su un traffico d’armi e di rifiuti tossici illegali. Traffici in cui, credeva Alpi, erano coinvolti esercito italiano e istituzioni italiane. Lei guarda, intervista e annota tutto, mentre Miran fa le riprese.

È il 20 marzo, gli inviati sono andati a Bosaso, sulla costa somala. Intervistano il sultano Abdullahi Mussa Bogor. Cercano notizie su un traffico d’armi e rifiuti tossici e sospettano che fusti pieni di scorie nucleari siano già stati sbarcati e poi intombati lungo la nuova strada Garowe-Bosaso. Vanno a cercare un collega dell’Ansa all’Hotel Hamana, oltrepassando “la linea verde”, consapevoli del pericolo, consapevoli che chi passava per la linea verde aveva un ottimo motivo. Ma appena arrivati, scoprono che il collega non c’è. E’ sicuramente una trappola. Appena usciti dall’hotel infatti, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin vengono avvicinati da una camionetta con sette persone a bordo. Ilaria e Miran vengono uccisi. I taccuini della giornalista sono misteriosamente spariti. Tagliati i nastri dell’ultima intervista al sultano. E ancora tanti i perchè ai quali non si riesce a dare una risposta. Troppe coincidenze, troppi misteri attorno a questa vicenda.

Per l’assassinio di Alpi e Hrovatin c’è un solo un colpevole, Hashi Omar Assan, condannato a 26 anni per omicidio plurimo. La commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Carlo Taormina anticipò le sue conclusioni sette mesi prima della conclusione dei lavori dichiarando che si trattava di un tentativo di rapimento finito male. Non poteva essere un rapimento, troppi elementi fanno capire che si trattava di una vera e propria esecuzione. “Traffico d’armi? Tutte buffonate – disse Carlo Taormina due anni fa – era in vacanza, non stava facendo nessuna inchiesta”. Il sultano confermò che alcune videocassette erano state rubate e Ilaria voleva la conferma sui traffici illeciti di rifiuti tossici.

Il governo ha oggi annunciato di aver avviato le procedure per la desecretazione dei documenti che riguardano il caso, fino ad oggi rimasti riservati.

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