Scomparsi nel nulla. Il caso Toni-De Palo

Graziella De Palo e Italo Toni erano due giornalisti.
Partono per il Libano alla fine dell’agosto 1980 per realizzare un reportage sulle organizzazioni palestinesi, le condizioni dei profughi e la situazione generale politico-militare. Il loro viaggio viene organizzato dall’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Il primo settembre si recano all’Ambasciata italiana, comunicando l’intenzione di visitare i campi del Fdlp, il gruppo filomarxista guidato da Nayef Hawatmeh. “Se non ci vedete entro tre giorni, veniteci a cercare”, dicono al personale diplomatico. Dopo dieci giorni, il 2 settembre 1980, scompaiono. A tutt’oggi, si ignora quali iniziative abbia preso l’ambasciata italiana dopo aver constatato che il 5 settembre né De Palo né Toni si trovavano più all’hotel Triumph. Nessuno informa della scomparsa né le autorità libanesi, né quelle italiane, né tantomeno i familiari dei due giornalisti in Italia. Lo scorso 28 agosto è scaduta la proroga del segreto di Stato che ha finora impedito l’accesso a documenti che potrebbero fare luce sulla loro scomparsa ma ancora oggi la storia rimane fitta di misteri. Secondo le fonti, sono stati desecretati 1241 documenti ma molti di essi contengono diversi omissis. Un’ottantina di documenti è ancora coperta da segreto di Stato.

Perché?

De Palo aveva più volte denunciato nei suoi articoli il ruolo dei servizi segreti italiani nella copertura del traffico internazionale clandestino delle armi. È questo il motivo della loro sparizione? Un’altra ipotesi è che siano stati uccisi da una fazione estremista palestinese nella convinzione che fossero spie di Israele.

La famiglia De Palo si trovò di fronte un muro invalicabile. Il direttore di Paese Sera, il giornale per cui lavorava Graziella De Palo, si rifiutò di ricevere i familiari. Giulio Andreotti, allora a capo della Commissione esteri della Camera, dopo aver promesso di interessarsi al caso, non si fece più vivo. Arafat, capo dell’Olp si rifiutò di incontrarli in un secondo appuntamento concordato. Anche Amnesty International si rifiutò di sentire i familiari.

Perché?

La situazione era, ed è tuttora, contorta: vi sono l’intelligence, la magistratura e la diplomazia “ufficiale”. Vi sono stati numerosi tentativi di affossare la vicenda e depistare le famiglie sul ritrovamento dei corpi, vi sono stati supertestimoni che invece hanno dichiarato il falso. Giuseppe Santovito, capo del Sismi dal 1978 al 1981, dichiarò il falso quando disse di essere andato nell’ottobre 1980 all’ospedale americano per verificare se fosse vero (non lo era) che i corpi dei giornalisti erano tra i quattro cadaveri conservati in quell’ospedale. Un altro depistatore fu Stefano Giovannone, ex ufficiale del Sismi e responsabile dei servizi segreti in Libano. Inoltre uomo di fiducia di Aldo Moro. Giovannone aveva il compito di assicurare l’applicazione del famoso lodo Moro. L’accordo doveva garantire all’Italia una sorta di immunità dall’azione terroristica dei mediorientali in cambio del loro transito sul territorio nazionale. L’Italia s’impegnava ad impedire che i servizi segreti israeliani continuassero a compiere “omicidi mirati” di palestinesi sul suolo italiano. Si evince chiaramente che il patto comportava qualcosa in cambio non solo ai palestinesi ma pure ad Israele da parte dell’Italia. Insomma un lodo più che complesso: da una parte l’accordo con l’Olp, dall’altra quello con Israele.

Santovito e Giovannone non sono mai arrivati a giudizio per “morte del reo”, morirono infatti rispettivamente nel 1984 e 1985.

Ad oggi c’è solo una condanna, inflitta a un maresciallo dei carabinieri, Damiano Balestra. Balestra era addetto alla cifratura e decifratura dei messaggi tra l’ambasciata italiana a Beirut e la Farnesina. Il sottufficiale non mantenne la discrezione sulle comunicazioni tra l’allora ambasciatore Stefano D’Andrea e il ministro degli esteri Emilio Colombo.

Vi sono dei passaggi incredibili in questa vicenda. Tra i documenti che ho letto vi è la conversazione tra Giovannone e la madre di De Palo: “Signora, non è il caso che lei vada a Beirut. Le riporterò io sua figlia, e allora potrà fare con lei un bel viaggio. Intanto stia tranquilla: sua figlia sta bene, non è nemmeno in una prigione, ma in una casa, sorvegliata da donne arabe. Recentemente ha confidato loro dei suoi screzi col padre, che non voleva farla partire“. Implicitamente, il colonnello conferma che la fazione che detiene la giornalista è quella falangista, benché ammetta la stranezza della circostanza che l’intermediario delle trattative con i falangisti sia un libico: “Forse vogliono stabilire un dialogo a destra, per fini che ci sfuggono. Ho invece dei dubbi sulla sorte del Toni, che secondo una dichiarazione fatta dal Nunzio apostolico a novembre, sarebbe stato ucciso. Appena mi consegneranno vostra figlia, avvertirò mia moglie via radio. Sarà lei a trasmettervi la notizia. Voi non dovrete parlarne a nessuno, ma aspetterete in silenzio la comunicazione ufficiale del ministro degli Esteri”. Una settimana dopo il col. Giovannone negò tutto rimettendo in discussione ogni sua parola: non sa dove siano i due giornalisti.

Scomparve una parte degli oggetti dei due giornalisti. Come un pezzo del block notes. Alla famiglia De Palo vennero però restituite diverse paia di scarpe da donna, ma non erano quelle di Graziella.

Ricordo la lettura del mistero legato alla giornalista Ilaria Alpi e al cineoperatore Miran Hrovatin:

https://vocimute.wordpress.com/2014/03/20/succedeva-venti-anni-fa-misteri-italiani/

Annunci

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...