Crisi libica oggi

La notizia di oggi che riguarda la crisi libica è che il generale Khalifa Haftar è stato nominato comandante generale dell’esercito libico. Lo ha dichiarato il portavoce delle Forze armate, Mohamed El Hegazi. L’incarico è stato appena creato da un emendamento alla legge sull’esercito libico e servirà a “supervisionare tutte le componenti” delle Forze armate. Il comandante generale avrà “tutte le prerogative” del ministro della Difesa e del Capo di Stato maggiore.

“Il tema della Libia non è solo un tema italiano, ma una priorità per tutta l’Europa e per il Mediterraneo che non può essere un cimitero ne’ una periferia ma il cuore del nostro continente”, ha detto Renzi all’Eliseo durante il vertice Hollande-Renzi di ieri.  ”Oggi il tema di un intervento delle forze Onu” in Libia “con un’operazione di peacekeeping non è all’ordine del giorno”. Ha aggiunto Renzi.

In Libia regna il caos, l’ambasciata italiana è stata chiusa il 16 gennaio e sono stati fatti rimpatriare gli ultimi italiani rimasti. A ciò si aggiunge il comunicato-minaccia dell’ISIS contro Roma. Inizialmente il Governo Renzi ha annunciato un’azione di task force (un intervento militare, per intenderci) poi la necessità di un’azione di peace keeping (mantenimento della pace) da parte dell’ONU. Secondo il Premier è fondamentale parlare col governo di Tobruk, legalmente eletto a giugno nonostante un’affluenza del 20%, e con le varie tribù. In parole povere, guidare un’azione diplomatica firmata ONU.

È possibile parlare coi fondamentalisti civilmente? Io credo di no. Credo che chi decapiti a destra e a manca civili con tale freddezza di fronte a una telecamera non sia in grado di dialogare coi nostri governi occidentali. Ma c’è chi pensa che sensazionalismo mediatico e troppa apprensione stiano facendo perdere di vista la vera realtà dei fatti. L’ISIS effettivamente controlla piccole parti di territorio libico, e pare si parli di qualche centinaio di uomini. Secondo il Wall Street Journal, il capo dell’ISIS Abu Bakr al Baghdadi mandò in Libia alcuni suoi collaboratori per verificare la possibilità di una collaborazione con i jihadisti locali di Derna, tradizionalmente centro del jihadismo libico. Dopo l’addestramento i miliziani iniziano attacchi violenti in Libia, a Tripoli lo scorso gennaio.

Nel documento diffuso dai miliziani si parla della Libia come porta strategica per lo Stato Islamico. Il documento è scritto in arabo ed è stato tradotto dalla Quilliam Foundation, un centro studi britannico che si occupa di anti-terrorismo. Si parla dell’enorme quantità di armi facilmente recuperabile in territorio libico (la Libia è piena di armi dalla caduta di Gheddafi). “La Libia, dice il documento, “ha una costa che si estende per moltissimi chilometri e che guarda agli stati crociati del sud, che possono essere raggiunti facilmente anche con una barca rudimentale”. Nel documento si cita apertamente la possibilità di compiere degli attacchi nei paesi europei.

Ma tutto ciò viene minimizzato e visto come lontana possibilità.

L’avevano chiamata la Primavera araba, quella rinascita del 2011 contro i regimi arabi iniziata in Syria, Egitto, Libia, Yemen, Marocco, Giordania e altri paesi. Di primavera democratica si è visto ben poco in Libia dopo la morte di Gheddafi. La Libia non ha una società civile, non ha associazioni e partiti, ma i giovani che vivono in Italia sono pronti a dire che “Si stava meglio con la dittatura del colonnello, non potevamo votare ma avevamo un lavoro e una casa”. Parole dure ma tristemente vere. E la Libia oggi si trova con un governo, per legge, e un’anarchia, di fatto, e infine, non per importanza, con gli interessi geopolitici degli stati confinanti.

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