Giornalisti e giornalismi uccisi: il duro terreno in Medio Oriente e in Europa

Questo sabato: il triste rapporto di Reporter Senza Frontiere, la libertà di espressione in Polonia,  e Can Dundar, giornalista turco arrestato, ha scritto a Matteo Renzi.

Allarmante rapporto quello di RSF: due terzi dei 110 giornalisti uccisi nel 2015 sono stati colpiti fuori dalle zone di guerra.

Il numero di giornalisti tenuti in ostaggio aumentano vertiginosamente del 35%

-49 sono stati uccisi per motivi specifici legati alla professione;

-18 mentre lavoravano;

-43 per motivi non specifici ma riconducibili alla loro attività.

giornalisti uccisi 2015
(fonte immagine: rsfitalia.org)

Un dato allarmante è la diffusione di uccisioni in terreno europeo: la Francia, per colpa della strage di Charlie Hebdo, si trova ad essere il terzo Paese per reporter morti (8) dopo Iraq (11) e Siria (10).

La zona più pericolosa per i giornalisti rimane indubbiamente il Vicino Oriente: 79 rapimenti (il 70% dei casi avviene in zone di guerra).
Incarcerazione dei reporter: i paesi con i regimi più repressivi sono Cina (153), Egitto (22), Iran (18), Eritrea (15) e Turchia (9).


Decina di migliaia di manifestanti sono scesi sabato scorso in strada a Varsavia, e nelle principali città della Polonia, per far sentire la loro voce contro la nuova legge sui media e la riforma della Corte costituzionale, approvate dal governo ultra-conservatore, guidato dal partito Diritto e Giustizia.

Uno degli slogan più urlati dalla folla è stato: “Siamo a Varsavia, non a Budapest“. Come dire: non vogliamo politiche reazionarie come quelle portate avanti da Viktor Orbán.

La protesta principale si è svolta nella capitale e ha coinvolto circa 20 mila manifestanti, secondo le stime del Comune.

(fonte immagine Ansa.it)
(fonte immagine Ansa.it)

A guidare l’iniziativa anti-governativa c’era il Comitato per la Difesa della Democrazia (Kod), un movimento civico che si oppone alle politiche nazionaliste portate avanti dalla premier Beata Szydło e dal presidente della Repubblica Andrzej Duda.

Vogliamo dimostrare la nostra solidarietà con i media indipendenti e difenderli dagli attacchi che stanno subendo“, ha detto Mateusz Kijowski, il fondatore del Kod.

A far esplodere la rabbia, è stata la scelta del presidente polacco Duda di ratificare la nuova legge sui media pubblici, che rafforza il controllo governativo sulla televisione di stato.

Il 13 gennaio l’Unione europea ha avviato un’indagine per accertare se il nuovo governo polacco abbia infranto o meno i principi democratici comunitari.

La commissione ha deciso di effettuare una valutazione preliminare, a Bruxelles le divisioni sono tante. In una lettera inviata al ministro della giustizia polacco Zbigniew Ziobro, Timmermans, vicepresidente della commissione europea, ha affermato che “la commissione europea non intende mettere in discussione le scelte democratiche compiute dai cittadini polacchi. Tuttavia, l’Unione europea è fondata su un insieme di valori condivisi che comprendono in particolare il rispetto dello stato di diritto […]”.

Vero è che se la commissione non prenderà provvedimenti seri, le decisioni polacche si inaspriranno.

Si può leggere l’articolo originale nel sito Reuters


 

Can Dundar scrive dal carcere al premier Renzi: “Non svendete la libertà in nome della lotta all’IS”.

Arrestato il 26 novembre assieme al caporedattore Erdem Gul  con l’accusa di spionaggio e la divulgazione di segreti di Stato, il giornalista turco scrive:

Le scrissi una lettera quando venni arrestato per un articolo pubblicato come direttore del quotidiano Cumhuriyet. In quei giorni era in programma un suo incontro col primo ministro turco sulla situazione dei rifugiati siriani. Era in corso la trattativa perché la Turchia non inviasse i rifugiati in Eurooa e li ospitasse sul suo territorio in cambio di un aiuto di 3 miliardi di euro. Nella mia lettera la pregavo di non dimenticare i valori fondativi dell’Europa in nome dell’accordo”.

I valori di cui parla il giornalista sono libertà, diritti umani e democrazia.

Se oggi – continua – siamo tenuti in isolamento da oltre 40 giorni in Turchia, considerata dai media internazionali ‘la più grande prigione al mondo per giornalisti’, è perché, con quella consapevolezza, ci siamo schierati contro la deriva verso un regime autoritario. Siamo in carcere perché abbiamo provato che tir dell’intelligence turca portavano armi ai gruppi jihadisti in Siria. All’origine della crisi dei rifugiati c’è anche la guerra civile in Siria, alimentata pure con l’appoggio dell’Occidente […]. Purtroppo, dato che Erdoğan ha assunto il controllo di gran parte dei media, è sempre più difficile darne notizia. Chi ha il coraggio di farlo è vittima di attacchi, aggressioni, minacce, processi e carcere. Anche se gli interessi attuali dell’Europa rendono necessario ignorare temporaneamente le violazioni dei diritti umani, noi continueremo a chiedere il loro rispetto a qualsiasi prezzo. Se rinunciamo all’umanità davanti alla scelta ‘rifugiati o libertà’, perderemo infatti tutti e tre quei valori”.

Reporter senza Frontiere ha assegnato a Cumhuriyet il premio Libertà 2015.

Can Dundar

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