Re Giorgio va in pensione

Re Giorgio è appena andato in pensione  ed è diventato senatore a vita. Con la sua nuova carica avrà diritto a:

15.000 euro netti al mese;

un ufficio da 100 metri quadrati;

segreteria composta da 9 persone;

1 maggiordomo;

1 guardarobiere;

1 auto blu con autista.

Per non parlare delle le spese della Presidenza della Repubblica. Siamo nell’ordine di centinaia di milioni di euro. Più di Barack Obama e della Regina Elisabetta.

Rinuncerà a tutto questo l’ex Presidente della Repubblica amato per anni dal popolo italiano? Non credo, chi ha condotto per anni una vita da ricco signore non sarà mai in grado di rinunciarvi.

Se lo farà buon per lui, e per la democrazia.

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Il nuovo compromesso storico

Ai primi di aprile Giorgio Napolitano parlò del compromesso storico, un suggerimento necessario per i partiti attuali e la situazione venutasi a creare.

Nel 1976 nasceva in Italia il governo delle astensioni o della non-sfiducia. Il terzo governo di Giulio Andreotti durò due anni, un governo guidato dal monocolore della DC con le astensioni del PCI, PSI, PSDI, PRI E PLI. Astensioni motivate dalla scelta di porre al primo posto i problemi del paese. Presidente della Camera diventò il comunista Pietro Ingrao (il primo del PCI nella storia della Camera dei deputati). Il compromesso storico si può considerare frutto di quel consociativismo che avrebbe dovuto portare il PCI finalmente fuori dalla conventio ad excludendum. La profezia non si avverò per le ragioni che tutti conosciamo, l’aggravarsi della tensione sociale e il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.

Ci troviamo di fronte ad un’analogia: la necessità di assicurare una certa stabilità governativa per uscire dall’impasse ricorrendo al consociativismo. Napolitano, dopo le consultazioni di ieri pomeriggio, mezz’ora per ogni delegazione e un’ora per l’agonizzante PD, ci comunica oggi che il nuovo premier è Enrico Letta. Aspettiamo allora il nuovo governo che dovrà affrontare senza se e senza ma i problemi urgenti del bel paese. Oggi però DC e PCI non esistono più, sono morti con la fine della prima repubblica ma ancora c’è qualcuno che fa richiamo a ideologie perse nei decenni. Si apre una nuova stagione politica. Stagione che annuncia che è arrivato il momento di mettere da parte le diversità e sentirsi parte integrante di un sistema politico atto a perseguire solamente il bene del paese.

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Napolitano sgrida tutti

Irresponsabilità da parte dei partiti, lentezze esitazioni e calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi. Responsabili di tanti nulla di fatto. Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale del 2005. Non si può più sottrarsi alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva di cui ha bisogno la democrazia e la società italiana. È tempo di passare ai fatti”.

Queste le dure parole di Napolitano durante il discorso di insediamento per il suo secondo mandato. Un monito duro e aspro maturato dopo ben due mesi di confusione governativa irripetibile. I grillini si alzano ma non applaudono il Presidente, un comportamento totalmente irrispettoso verso le istituzioni che loro stessi rappresentano.

“Non possiamo restare indifferenti dinanzi a giovani che si perdono, a donne che vivono la loro emarginazione o subalternità, agli imprenditori che non ce la fanno. Volere il cambiamento dice poco e non porta lontano se non ci si misura sui problemi reali. Misurarsi su quei problemi che devono essere programmi di azione del governo che deve nascere”. E poi cita il mezzogiorno, arretrato e impoverito sempre più. Parla al M5S: “Deve andare avanti ma deve abbandonare la strada della contrapposizione tra piazza e parlamento”.

Necessarie le sue parole: “Se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle con cui mi sono imbattuto, non esiterò a prendere provvedimenti dinanzi al Paese”.

Applausi lunghi e calorosi a fine discorso, in piedi ma con le mani in mano i grillini.

Auguri Presidente

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Un anno fa

Ricordi del 21 febbraio 2012

Sono le nove e trenta dello scorso martedì e un elicottero gira in continuazione sulle nostre teste. Le strade limitrofi all’Auditorium Comunale nel piazzale Cappuccini sono chiuse al traffico, passa soltanto qualche grande macchina che porta gli ospiti alla cerimonia.

In occasione dei festeggiamenti dei 450 anni dell’Università degli Studi di Sassari il Presidente della Repubblica è ospite della città. Siamo all’ingresso: tappeto rosso, hostess che ci accolgono con un sorriso a quarantadue denti, giacche e cravatte a non finire, donne di mezza età in pelliccia e tacchi. Mostriamo fieri il nostro invito e ci addentriamo verso la sala principale del teatro. Tutto è nuovo, il teatro auditorium appena inaugurato contiene 1420 persone. Io e il mio gruppo di amici siamo la rappresentanza degli studenti dell’Università di Sassari. Siamo emozionati. Il teatro ci si presenta imponente e maestoso, sul palco si prepara l’Orchestra degli allievi e dei docenti del Conservatorio statale di musica “Luigi Canepa”. Al centro del palco cinque sedie saranno occupate dal Presidente Napolitano, dal sindaco Gianfranco Ganau, dal Rettore dell’Università Attilio Mastino, dal Presidente del Comitato per le celebrazioni dei 450 anni Antonello Mattone e dallo storico Manlio Brigaglia. Inizia la cerimonia. Una voce annuncia l’arrivo del Presidente, l’orchestra suona l’Inno di Mameli e tutti siamo in piedi. Quindi, il sindaco Ganau consegna a Napolitano il candeliere d’oro, il rettore Attilio Mastino, dopo il suo intervento, gli consegna il “sigillo d’oro” dell’Università di Sassari. L’intervento del professor Mattone è un breve riassunto della storia della nascita della nostra Università, nata grazie al cavaliere sassarese Alessio Fontana con l’apporto fondamentale della Compagnia di Gesù, della Municipalità, e di privati cittadini laici ed ecclesiastici. Durante la cerimonia al Presidente scappa qualche sorriso che spezza il clima di solennità grazie alle battute sempreverdi del professor Brigaglia che chiude la presentazione con la sua prolusione sull’Università nel contesto storico-sociale dell’Unità d’Italia. Tra gli ospiti anche il Presidente della Regione Ugo Cappellacci, l’Arcivescovo metropolita di Sassari Mons. Paolo Atzei, l’On. Dott. Giuseppe Pisanu, Presidente della Commissione parlamentare antimafia. Arriva il momento più atteso per noi studenti: le nostre domande rivolte dal Rappresentante degli Studenti all’Ersu Giosuè Cuccurazzu, dalla Vice Presidente del Consiglio degli Studenti Valeria Sassu e da Jennifer Reitz che rappresenta l’esperienza Erasmus che intraprendono milioni di ragazzi in Europa. Il Presidente si mostra aperto alle domande dei ragazzi e afferma che il diritto allo studio è fondamentale e non deve essere mai negato. “I giovani sono la spina nel fianco del paese -afferma il Presidente – il paese è condannato se non riesce ad offrire opportunità ad essi”. “Bisogna, – ha spiegato – far valere gli impegni assunti nei confronti della Sardegna che non sono stati rispettati“. La manifestazione si chiude con l’inno “Su patriottu sardu a sos feudatarios” intonato dal gruppo etnomusicologico “Ichnuss” dell’Università. Mentre dentro noi sorridiamo e siamo contenti, fuori lo sono un po’ meno. Già da presto si preparano i manifestanti del Movimento Pastori Sardi, gli indipendentisti, i dimostranti per solidarietà nei confronti di Rossella Urru, la cooperante sarda rapita in Algeria lo scorso 22 ottobre, sembra da alcuni estremisti islamici. Alcuni giornali esordiscono più o meno così: “Pochi applausi, molte critiche. Sassari tiepida all’arrivo del Presidente.”  Nell’Auditorium sono stati lunghi gli applausi, e chi ha seguito in streaming l’evento, può confermarlo.

E ancora il Capo dello Stato dice: “Per ciò che riguarda la Sardegna ho tratto diversi spunti: diverse questioni sono state poste sul tappeto a Roma in un incontro tra le rappresentanze istituzionali sarde e nazionali, in queste ore si è dato il via a un confronto articolato in gruppi di lavoro che dovrebbe tradursi in un decreto del presidente del Consiglio entro quattro settimane”.

A un anno di distanza ci troviamo nella medesima situazione, prevedibile, e sconcertante. I giovani rimangono ancora la spina nel fianco di un paese che sembra eclissare.

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